IN TOSCANA DOVE "VOLANO" LE SCOPE:

LE ULTIME ARTIGIANE DI UNA TRADIZIONE CHE SCOMPARE .

Dopo la  guerra dei bottoni, potrebbe esserci  quella delle "granate" d'erica.

Bombe? Macché, semplici scope come vengono chiamate nel gergo popolare toscano, quelle "granate" raccolte a fascio e legate attorno ad un palo che poco hanno di moderno, se non l'utilità di sempre: pulire, spazzare e in qualche caso anche volare!

"Se le guerre fossero tutte a colpi di scopa - ironizza Bianconi Bruna, una delle ultime costruttrici di granate toscane- ,c'è da scommetterci che non ci sarebbero morti e avremmo garanzie su questo  mestiere che rischia di scomparire con noi!"

In fondo, un colpo di scopa non ha mai fatto male a nessuno; neanche se ha la funzione educativa, come si dice nel Veneto con l'ammonimento: "Te dao nà scoatà!"

Ormai, anche questo è superato: "Oggi le scope non sono più quelle di un tempo - risponde un vecchio venditore di scope come Bruno Toniolo, quarant'anni trascorsi nella sua ferramenta di Montegaldella (VI), maturando una convinzione -, quella che alla rivoluzione della donna, sia seguita anche l'evoluzione della  scopa.

"Da quando negli anni '70 i contadini hanno smesso di seminare i tradizionali filari di saggina che serviva per fabbricare le scope di casa, - spiega Toniolo-  la plastica ha preso sempre più il sopravvento!"

Unica roccaforte delle scope "modello Befana", sembrano essere rimasti alcuni piccoli paesi della Val d'Ambra, nell'Appennino toscano. Lì si continuano a produrre  scope  come la tradizione comanda; la tecnologia è ancora affidata alle mani degli ultimi artigiani di "granate" che usano macchinari semplici, quanto funzionali. Un filo di ferro per imbrigliare il fascio di erica, una  sega elettrica per livellarla, delle forbici e una morsa per imballare le scope ultimate. Il resto è tutta esperienza manuale, a tal punto che,  le poche donne rimaste sono in grado di produrne singolarmente fino anche a 150 il  giorno. Una fortuna chiamata scopa che, è stata per molti anni la base dell'economia di questi piccoli borghi arroccati sui colli del Chianti: "Le nostre scope sono speciali - afferma con orgoglio Mirella Galimberti, 55 anni,  un'altra artigiana che lavora nel suo piccolo laboratorio sotto casa -,  la nostra  fortuna sta nell'avere un erica arborea che cresce spontaneamente solo in questi boschi." Ancor oggi questa prerogativa tutta naturale, permette di far volare il loro prodotto fino in Germania e  in Svizzera, con un certo incremento commerciale che però non lascia molte speranze per il futuro.

Per le scope toscane, il metodo di  lavorazione è lo stesso di sempre: si va nei boschi, si falcia l'erica arborea; la si essicca al sole e la si divide in "maschi e femmine". "Avete capito bene, -  sottolinea la signora Bruna, mostrando  come nasca una "granata" in meno di due minuti -, le scope  possono essere maschi o femmine secondo la lunghezza degli steli di erica che si raccolgono!"

Ad Ambra e Pietraviva (Ar), il tempo si è fermato nei laboratori famigliari, dove gli uomini tornano dal bosco la sera con il loro cargo, mentre le donne (poche per la verità), rimangono in casa a fare granate. Fuori, cumuli di scope pronte per volare chissà dove, creano cataste alte anche tre metri a forma di capanno,  che s'inseriscono tra le  architetture medievali, arricchendo di magia i piccoli borghi.

Fino a qualche anno fa, la gente viveva soprattutto di questo. Oggi come riferiscono gli ultimi artigiani residenti, qui si sopravvive!

"I tempi son davvero cambiati", sottolinea  Cinzia Sani, una commerciante il cui bisnonno commerciava scope già un secolo fa. "Dal boom degli anni 60, quando cioè in paese erano decine gli artigiani impiegati in quest'attività, oggi sono rimasti appena una decina in tutto, tra cui alcune donne che non hanno ancora mollato! E' un lavoro povero che richiede sacrificio e il guadagno è rimasto identico a quello di un decennio fa."

"Una scopa fatta interamente a mano - spiega la signora Sani- , costa al produttore non più di milleduecento lire! Troppo, vista l'insidia che questi artigiani debbono fronteggiare con l'avvento della concorrenza cinese. Dalla Cina infatti, giungono le scope di bambù che hanno soppiantato quelle tradizionali dei nostri negozi.

Anche gli spazzini, i loro clienti più tradizionali , sembrano ultimamente  aver tradito la consuete "granate" italiane,  quelle cinesi meno durature ma più economiche.

Una forma di globalizzazione anche per le scope? A sentire le voci di queste donne degli Appennini, sembra proprio di sì, sebbene gli svantaggi siano notevoli : "Cominciando dalla pulizia dei boschi - commenta la signora Bruna - che vengono così sistematicamente abbandonati. C'è poi il fattore ecologico visto che del modello originale di scopa naturale si può utilizzare tutto: le verghe, le foglie come concime, gli scarti e la stessa scopa come un combustibile! Diciamo pure che è questa la vera scopa interamente ecologica che non ha niente a che vedere con l'altrettanto famosa "ficcanaso" della pubblicità."

"Non resta che consolarci con  un piccolo momento di gloria di due anni fa, -conclude Cinzia Sani- , quando Benigni ci domandò la fornitura di  centocinquanta scope per la scenografia del film "La vita è bella".

La "Nimbus 2000" ovvero la scopa magica di Harry Potter, non ha saputo fare di meglio per incrementare le vendite, tanto che in maniera sibillina molti nel paese assicurano che presto, molto presto, questo mestiere scomparirà definitivamente dalla valle. Nel frattempo però, gli ordini che arrivano da tedeschi e svizzeri fanno sorgere un dubbio: "Non avranno mica scoperto la formula magica  sul come far volare le nostre scope?"  Le donne della Val d'Ambra sorridono all'idea, convinte più che il segreto del loro mestiere sia ancora tutto da scoprire.

 

 

LA "SPASAORA" DI CASA NOSTRA:

UN ABITUDINE CHE SOPRAVVIVE ANCORA NEL MONDO CONTADINO VENETO.    

 

Paese che vai scope che trovi? Pare di sì, visto che i modelli sono gli stessi  sebbene cambiano i materiali. Alle più illustri "granate" toscane, nel Veneto esiste un altrettanto antica tradizione: quella delle "spasaore".  "Far scoe da ara o cusina, - racconta Osvaldo Toffanin, 70 anni di Montegaldella (Vi) - era un'abitudine  che occupava il tempo invernale, quello dei filò accanto ai focolari o nelle stalle, di  quasi tutti i contadini. Oltre che una tradizione, allora per noi era una  consuetudine che si tramandava di padre in figlio. Fu mio padre all'età di quindici anni - continua l'agricoltore-  ad insegnarmi come raccogliere le "naje de grena" i fasci di saggina, e raddrizzarle con una stecca di legno per poi legarle assieme, seguendo poche regole pratiche e un pizzico d'esperienza..."

Abili mani che sapevano intrecciare "strope" di salice o saggina , sembrano oggi avere perso l'antica dimestichezza: "Ancò semo tuti pì siori - commenta ironicamente Meneghini-, così che farse le scoe ze masa fadiga e ze un lavoro da poareti!" 

Toni  Pierantoni, 72 anni da poco, sebbene ammetta che in casa sua ormai le scope non siano  più come quelle che lui costruiva, la soddisfazione di poter scopare il cortile con una "spasaora" non gli è passata. "Quando ze el momento, -dice il contadino veneto -,  qualche vecia scoa ea salta sempre fora, anca parchè non me so desmentegà de come le se fa!" Come ogni inverno, questi temprati contadini sono soliti a sfrondare  le siepi cercando verghe  di salice o sandena : "Ormai anca voendo far scoe, non te cati più  i grandi  siesoni de sti ani, e tutto ze deventà come un deserto!"

Nel frattempo, il vero problema è che  nessuno dei loro nipoti sembra più mostrare interesse per l'arte dei nonni: "Figuremose  se i ga voja de far fadiga - replica Meneghini-, i gà ea teevision che ghe insegna tutto!"

Nessuno di loro saprà più a cosa servisse il "tamaro", impiegato allora per raddrizzare i rami delle "scoe da ara". Si  perderanno quei piccoli segreti, come "el saper tajare il legno quando caea la luna …" dice Osvaldo Toffanin.

Allora si dirà: "C'erano una volta i costruttori di scope…", così i nostri  giovani maghetti del video, non sapranno mai che le sementi raccolte dopo aver pettinato con la "streja" i fasci di saggina, erano dati in pasto alle tacchine in cova perché ricchi di sostanze nutrienti.

"Non ze soeo questo, - risponde Toni Pierantoni- , ze drio n'andare a ramengo tutta la cultura dei campi e dea campagna! Non ze rimasto ormai pì gnente de queo che vasevimo stì ani…"

Salviamo le scope dunque, per salvare uno scampolo di cultura: per questo qualcuno ha già pensato ad un originale  marchio. Dopo il D.O.C e il D.O.P, arriva oggi il "D.O.F." (Denominazione Origine Fantastica), per dire che le "spasaore venete come le granate toscane", sono il simbolo di una civiltà che rivive ogni qualvolta si parla di quella Befana, vecchia quanto le scope che continuano a farla volare nella nostra fantasia.

 

 

    

 

LE NOSTRE SCOPE OGGI ARRIVANO DALLA CINA

 

AREZZO. Da ormai tre anni le nostre scope sono tutte cinesi. Lo confermano non solo i commercianti vicentini, ma soprattutto gli ultimi produttori ed esportatori di scope all'italiana rimasti. Paolo Sani di Montevarchi (Ar) è uno degli ultimi  grossisti di scope: "La nostra è un'attività commerciale che si tramanda da generazioni; purtroppo, in questi ultimi anni vuoi perché stanno scomparendo gli ultimi artigiani nostrani che ancora vanno nei boschi a raccogliere l'erica o altri legni, come  per l'importazione cinese, questo genere di mercato si sta esaurendo." La maggior parte delle scope che arrivano nel vicentino come nelle altre regioni, provengono tutte dalla ditta toscana: " Pensate, - risponde Paolo Sani - che dalle 10mila scope che vendevamo un tempo in una settimana, oggi  questo quantitativo riusciamo a malapena a eguagliarlo in due mesi." "Una cosa è certa, il mercato italiano è ormai invaso dalla concorrenza cinese!" Minor costo e diverso materiale hanno spazzato via le nostre tradizionali "spasaore" . "Ci rimane una speranza, - afferma il vecchio Sani- quella di continuare a vedere i nostri spazzini utilizzare le vecchie scope che fanno concorrenza alle più moderne pulitrici a quattro ruote." "Ciò che invece  non possiamo arrestare,  è il progressivo  calo di artigiani che ancora  nei nostri paesi preparano quelle scope che  ancora esportiamo in Svizzera e Germania. Scomparsi questi ultimi artigiani, il mercato sarà solo e unicamente lasciato ai cinesi.  A meno che, qualche giovane non voglia tornare a questo antico mestiere che sta per tramontare. "Ma sappiamo come sono fatti i giovani…!" conclude Paolo Sani dinanzi a una pila di scope pronte per partire, volando in aereo, per l'Europa.

 

 

TESTO E FOTO di ANTONIO GREGOLIN

 

 

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