Viaggio nell'immaginario popolare vicentino attraverso la sua componente germanico-cimbraDove abitano le fiabe

La fiaba è un tipo di racconto che ritroviamo in tutte le culture con caratteri formali costanti e con contenuti comuni misteriosamente ricorrenti presso ogni popolo. Vladimir Propp rilevava con parole precise, questo aspetto della fiaba: "... l'universalità della fiaba, la sua per così dire ubiquità è altrettanto stupefacente quanto la sua immortalità... essa oltrepassa senza fatica ogni confine linguistico, passa da un popolo all'altro e si mantiene viva per millenni". Ma la fiaba, qualunque origine abbia, è soggetta ad assorbire qualcosa del luogo in cui è narrata, un paesaggio, un costume, una moralità, un accento o un sapere di quel paese e questo qualcosa diventa il carattere distintivo. Così le fiabe dell'immaginario popolare vicentino mostrano ancora la ricca ed articolata presenza della cultura cimbra ed il ruolo antropologico che in essa vengono a giocare. Alle soglie del terzo millennio tutto un mondo fantastico continua a palpitare perché nessuna cultura è più popolata di streghe, di orchi, di fate, di sanguinelli e di nani, di quella cimbra. Nessuna come questa vive di magie e di superstizioni, circondata da potenze invisibili capaci di aiutare l'uomo o di annientarlo. Favole, racconti e magiche presenze che derivano dall'antica tradizione germanica ancora oggi pervadono i boschi e le montagne del Vicentino. Lo testimonia una recente raccolta, pubblicata dall'Istituto di Cultura Cimbra di Roana, che da 20 anni promuove un intenso lavoro di ricerca per salvaguardare e divulgare gli elementi della cultura cimbra e la tradizione fantastica dell'Altopiano. Proprio per valorizzare e recuperare l'identità di questa cultura che stava per essere sepolta insieme alla sua lingua, parlata per più di mille anni, una volta finestra spalancata sulla realtà ma ora in via di rapida estinzione, memoria senza difesa per i processi di modernizzazione e massificazione in atto, l'Istituto di Cultura Cimbra ha pubblicato una serie di quaderni che ci consentono di capire come l'elemento nordico-germanico originario, scolorito poi dall'invadenza dell'influsso cristiano, si mescoli alle narrazioni fino ai giorni nostri, creando l'atmosfera magica che ha percorso questi luoghi. Per salvare le memorie perdute l'Istituto ha pubblicato Le Favole Cimbre , di Frigo Simeone Metele, I racconti di Luserna curati da Alfonso Bellotto, le Fiabe del Vecchio Jeckel , raccolte da Aristide Baragiola ad Asiago nel 1893, un Videolibro sulle Fantasie Popolari , ed ora ci restituisce i colori del paesaggio magico attraverso la scrittura poetica di Paola Martello, figlia dello studioso Umberto (autore del dizionario della lingua cimbra e di importanti testimonianze di questa cultura). Si tratta di 25 racconti che ridescrivono la complessa identità del magico e sono arricchiti dal lirismo di immagini lievi e raffinate che l'autrice stessa ha disegnato e che impreziosiscono i testi, come luoghi ancestrali di una remota mappa dell'anima. Il titolo della raccolta, Ista gabest an botta... C'era una volta... , riproduce le parole magiche del viaggio fiabesco, l'esperienza irripetibile del percorso iniziatico con cui incominciava la narrazione orale. Sappiamo infatti come la potenza della fiaba, oltre che alla propria originarietà in quanto parla di esperienze archetipiche in ogni cultura, di itinerari universali di esisenza, va collocata proprio nella sua oralità, nella sua capacità adattiva e mimetica. Fino al momento in cui l'oralità predominava presso il popolo, nei filò, tutto un mondo fantastico veniva tramandato di generazione in generazione, affidato all'arte narrativa di un interprete che sapeva manipolare la materia verbale e faceva agire le immagini sugli ascoltatori. Simboli ed immagini, intrecciati in processi complessi, come nel sogno, agivano parlando ai singoli della loro esistenza come problema individuale, ma anche come problema collettivo, seguendo un iter ora suasivo ed ora intrigante, ora pauroso ed arcano. Sull'Altipiano dei Sette Comuni questa tradizione di fantasie e leggende è stata particolarmente viva e ricca forse per il fascino del paesaggio naturale dolce ed aspro insieme, per la suggestione delle stagioni, per la solitudine ed i silenzi di boschi e di valli, pieni di richiami all'invisibile. Boschi intricati, pieni di luci e di ombre, luogo in cui smarrirsi, ma anche teatro degli incanti, dove un'alchimia irripetibile ha sposato la spettacolare bellezza della natura. Qui i racconti di fate, di anguane, di orchi, di una civiltà silvo-pastorale arcaica avevano la cadenza della parlata cimbra, una parlata venuta dalla Germania e conservata nell'isolamento dei monti con peculiari caratteri di lingua e cultura. "Raccontare storie - spiega Sergio Bonato presidente dell'Istituto di Cultura Cimbra di Roana - era un fatto di sopravvivenza e al tempo stesso di potenziamento dei rapporti sociali. Per questo è stata importata la tradizione fantastica del nord, una tradizione connotata da un accentuato spiritismo ed animismo naturalistico, forse a causa della forte valenza etica, del bisogno di contrapporre il bene al male. Al contrario della mitologia mediterranea l'oscuro, il misterioso, il drammatico popolano ogni fiaba cimbra e questo con il tempo è venuto a fondersi con la mitologia cristiana e cattolica". Ma ancora nel 1800 lo storico della Federazione dei Sette Comuni, Modesto Bonato, osservava come nonostante la diffusione della religione cristiana sull'Altopiano "... non si è potuto svellere nell'animo dei nostri popoli parecchie superstizioni che trovano un costante alimento nella presenza degli oggetti circostanti e in una rozza, ma energica fantasia... Si credeva dappertutto di vedere o sentire l'apparizione di alcuni spettri o fantasmi, dispensatori del bene e del male che avevano ciascuno un nome, una figura, un potere particolare". Il riflesso dell'afflato nibelungico, adombrato in una diramazione di gente nordica nei paraggi dell'Altenburg, con la sacrificale pietra druidica "L'Altar Knotto", è all'origine delle antiche leggende che promanano dall'idolatria eddaica, in miriadi di dei benefici e malefici, collegati ai fenomeni naturali e ai destini delle creature: sono gli Asi, figli di Odino, i Leki, ossia i satanassi, il terribile Thor, il vendicativo Drui, le messaggere Ghnea e Sknotra (simili alla romana Minerva) e una dozzina di Sante Fate, chiamate Selegen Waiblen, e tanti enti spiritici sotto spoglie di animali come il grottesco Gegar, l'uomo adamitico che caccia urlando, con le braccia di abete, la muta affamata di cani selvaggi. E nei verdi recessi le profetesse Ganna, Velleda ed Aurina danno responsi misteriosi che tessono altre storie di gnomi, di nani, di streghe che si radunano a consiglio e spiano i segreti d'amore e di odio, imbastiscono malie e tradimenti. Molti luoghi dei Sette Comuni sono legati ancor oggi a queste mitiche presenze come il Tanzerloch (il buco delle danze), una voragine profonda 78 metri vicino Camporovere, dove secondo la tradizione si radunavano le streghe e ballando sfrenatamente attorno ad un fuoco, fino alle prime luci dell'alba, invocavano le forze del male; o lo scoglio delle Seleghen Baiblen nella Valdassa, sotto il paese di Mezzaselva; o la Valle dell'Orco, una contrada di Asiago. Sono nomi intrisi di storie e di presenze fantastiche e che si possono ripercorrere con sorprendente attualità proprio attraverso l'itinerario magico di Paola Martello: una topografia dell'immaginario nel cuore della cultura cimbra sulle tracce della toponomastica, in una lunga ed appassionata escursione nell'incontaminata natura dell'altipiano, ma sono anche luoghi della memoria della terra natale da cui l'autrice ha tratto ispirazione. Si può visitare il paesaggio senza una meta precisa, esplorando voragini e precipizi o seguendo il sussurro del vento al passo della Pertica o la voce di un albero a Lerchental (Roana) o si può camminare sui sentieri fino al Nascondiglio dei Nani, rifugio indenne dai sussulti del tempo. Lì i nani celano ancora i loro tesori sotto il grande sasso di Altarknotto. Possiamo vederli solo nelle belle giornate quando nessuna nuvola trapunta il cielo e i nani portano i loro tesori in cima al Masso perché possano risplendere alla luce del sole. Il nostro sguardo vede solo un gran sfavillio, ma ha l'irresistibile fascinazione del mondo "altro". A Cesuna c'incanta il potere evocativo di un nome Giacominarloch. Ci racconta di un giovane boscaiolo che, udite le invocazioni d'aiuto di una donna dal fondo della voragine, le lancia una corda e la bella appare alla luce della luna nella sua sfolgorante bellezza. Era una fatale e misteriosa creatura dalle chiome lunghissime azzurre che viveva nelle viscere della terra, tra fiumi e laghi sotter ranei. Per realizzare il sogno d'amore non c'è che l'onda delle illusioni: passa con le acque primaverili da una strettoia sulla roccia della Val Tozza. Lì le anguane vengono liberate alla luce del sole, ma i loro fragili piedi si ritorcono e non possono più camminare sulla terra. Ma il giovane cuce ai piedi di Giacomina filamenti e licheni da indossare contro la violenza delle acque. Quando i due innamorati escono dalla voragine possono coronare il loro sogno d'amore, ma le cose intorno non sono più le stesse: la dimensione del tempo è mutata perché la voragine spezza il tempo del "dentro " e del "fuori ". Per conoscere meglio le altre figlie dei torrenti, le anguane ammaliatrici tanto amate dagli uomini ed odiate dalle donne, Paola Martello c'invita a raggiungere il torrente Torretta, affluente dell'Astico, od il Subiolo che si getta nel Brenta, o il Laverda presso Santa Caterina. Le più perfide ed infide sono le anguane della Valgadina, le più seducenti quelle della Valdastico: i loro corpi sinuosi volteggiano nell'acqua, appaiono e sfumano, ricompaiono e svaniscono in un gioco amoroso sensuale ed inesauribile che cattura gli uomini in gorghi di morte. Queste splendide fanciulle stendono ad asciugare i loro panni al sole su fili invisibili tra gli spuntoni della roccia dei monti fino alle valli. Uscendo dal Covolo della Torretta chiamano gli uomini con le loro fresche voci. Pochi, secondo la leggenda, resistono a quelle voci di flauto, così gli uomini si gettano incauti nelle acque dei torrenti incontro ad una sventura estrema ed ineluttabile. Tra gli esseri "intermedi " ed antropomorfi incontriamo nel nostro viaggio magico anche i sanguinelli e le Beate donnette, le Seleghen Baiblen. Piccoli folletti rossi dal temperamento malizioso e bizzarro, i sanguinelli sono tra le più singolari ed intriganti creature che abitano l'Altopiano, hanno preso possesso di ogni anfratto per combinare dispetti ovunque: intrecciano le code dei cavalli, rapiscono i bambini e chi cammina sulle loro impronte perde l'orientamento. Al piccolo popolo appartengono anche le beate donnette: sono fate piccoline e benefiche veggenti e annunciatrici di presagi favorevoli. Abitano sui declivi dell'Altopiano soprattutto lungo la costa della Valdassa, in caverne naturali. Si cibano di nocciole, funghi, prugnole, bacche naturali ed hanno con gli animali un rapporto di amicizia e di rispetto. Li invocano tutte le mattine al sorgere del sole, battendo una ciotola: "Buone bestiole venute per le valli, venite qui dalle beate donnette, capriole che siete nei boschi, desidero vedervi e mungere un po'!" . Come le Rojenice della mitologia slava, come le Norne germaniche e le Parche della mitologia greca, dipanano il filo della vita. Dipanano gomitoli d'oro che non finiscono mai perché "... sono vasti e grandi come il mondo" , li regalano agli uomini meritevoli, ma sanno anche punire chi non merita la loro fiducia. Le fatine vestite di bianco, vanno in paese di soppiatto, senza far vedere da dove vengono e "... con tutte le persone sono gentili, donando agli affamati cibo e coraggio (Ghebanten in hungarten essan un muut) " e matasse di lana, gomitoli che tessono quella rete di nessi di cui è intessuta la nostra appartenenza alla vita. Ma talvolta l'invidia per chi possiede il gomitolo è fatale. Canta Pierangelo Tamiozzo, moderno cantastorie dell'identità cimbra: "... L'invidia, il peggiore dei mali, vuole avere il gomitolo per sé, presto stanca maledice quel bene e il portento in un momento svanisce". La voce di Pierangelo Tamiozzo ritrova a Mezzaselva le radici dell'oralità, esprime il desiderio di mantenere i contatti con un mondo ormai perduto. Il suo canto è un distillato di vita che perdura per sempre, è un'autentica voce contro il rischio dell'oblio e del silenzio. E alla fine dell'itinerario fantastico non può mancare l'incontro con il perturbante per eccellenza: l'orco. È a Mezzaselva: è un omone grosso e peloso che abita in una caverna celata nello Stonhaus, dove porta i bambini disubbidienti. È un orco meno inquietante degli altri, non è un terrorifico mangiabambini, vuole solo fare un po' di spavento e poi prendersi un meritato riposo. "Ma siamo orchi tutti noi - scrive Susanna Tamaro - quando ci dimentichiamo i sogni e le emozioni della nostra infanzia" . Paola Martello non ha dimenticato le suggestioni della sua infanzia, il suo amore per la natura e la tradizione, tanto da farle rivivere in simbiosi armonica nella sua testimonianza, così il paesaggio delle sue fiabe è lo spazio in cui si può misurare l'intreccio tra spirituale e sensoriale, la mappa di un altrove che possiamo visitare ogni giorno in cui i nomi dei paesaggi diventano cartelli indicatori di una sorta di alterità magica, e rappresenta un recupero dell'identità vicentina nell'odierna società del "globale" che cerca di azzerare le differenze. È ormai in atto un processo irreversibile fatto di sradicamento e di indebolimento delle "piccole patrie", così diventano familiari categorie emotive come i pokémon, mentre si caricano di estraneità quelle dei sanguinelli. Ma il processo di formazione dei giovani dovrebbe realizzarsi senza smantellare le vecchie storie ed i racconti nostrani, salvaguardando le individualità culturali da ogni omologazione. Si può fare un percorso di conoscenza anche attraverso l'immaginario popolare vicentino recuperando in pieno il concetto di "heimat ", non nella vecchia accezione di chiusura localistico-etnica ma come esperienza simbolica di senso, di equilibrio tra uomo e natura. Non si tratta di un ripiegamento conservatore che in nome della differenza crea separatismi e sterili secessioni ma di una ricerca dell'idendità attraverso il radicamento territoriale e la memoria storica locale per trovare nuove articolazioni secondo esigenze e criteri del luogo e secondo la vocazione del popolo. Scrive Antonio Pasinato in "Heimat ", identità regionali nel processo storico: "... Occorre creare un paradigma culturale aperto al nuovo e però geloso custode del famigliare, della memoria" . Solo questo ci salverà dal mostro dell'indifferenziato, dell'omologazione, della globalità. Contro l'insostenibile inquietudine del futuro, una scheggia di mondo (l'immaginario popolare vicentino) può ancora parlarci l'anima.

 

Annacaterina Barocco